Cardiologia, “tremila morti in meno l’anno in Italia se si investisse di più nella riabilitazione”

Dal ilfattoquotidiano.it

Cardiologia, “tremila morti in meno l’anno in Italia se si investisse di più nella riabilitazione”
A dirlo è Roberto Pedretti, direttore del dipartimento di Cardiologia riabilitativa dell’Irccs Maugeri di Pavia e fino a un mese fa presidente dell’Associazione italiana di cardiologia clinica preventiva e riabilitativa (Aicpr). Oggi le malattie del cuore rappresentano la prima causa di morte, con quasi 120mila decessi l’anno
di Chiara Daina | 24 dicembre 2018

In un anno, soltanto in Italia, “si potrebbero evitare almeno tremila morti da infarto se la sanità investisse di più nella cardiologia riabilitativa”. A dirlo è Roberto Pedretti, direttore del dipartimento di Cardiologia riabilitativa dell’Irccs Maugeri di Pavia e fino a un mese fa presidente dell’Associazione italiana di cardiologia clinica preventiva e riabilitativa (Aicpr).
Oggi le malattie del cuore (ischemie miocardie, malattie cerebrovascolari e altre malattie cardiache) rappresentano la prima causa di morte, con quasi 120mila decessi l’anno. Ma, scrive in un nuovo position paper l’associazione dei cardiologi riabilitatori, solo un paziente su tre di quelli dimessi dall’ospedale dopo un infarto o un intervento cardiochirurgico (di by-pass o sostituzione valvolare) viene avviato a un percorso di riabilitazione mirata, che è efficace come un farmaco salvavita e fonte di risparmio per le casse dello Stato. Lo spiega Pedretti: “La riabilitazione vale quanto un trattamento farmacologico, come le statine o l’aspirina. Riduce infatti del 30 per cento la riospedalizzazione e la mortalità nei pazienti che la fanno. Quindi il non sottoporre un paziente cardiopatico dopo un evento acuto a un programma di riabilitazione cardiologica equivale a un sottotrattamento”.
Uno studio condotto in Lombardia, a cui ha partecipato anche Pedretti, su due gruppi di pazienti dimessi con una diagnosi di scompenso cardiaco dal 2005 al 2012, ha dimostrato che la mortalità nel gruppo ammesso in una struttura di riabilitazione era inferiore del 43 per cento e i nuovi ricoveri del 31 per cento rispetto a chi dopo la degenza in ospedale è tornato a casa.
Negli Stati Uniti l’ospedale che non prevede per il cardiopatico un apposito iter riabilitativo perde dei punti, con ricadute sui rimborsi da parte del sistema sanitario nazionale. Oltreoceano si stima che se il servizio fosse garantito al 70 per cento, si potrebbero risparmiare 25mila decessi l’anno e 180mila ospedalizzazioni. L’offerta di posti letto in Italia si allinea a quella degli altri paesi avanzati. Nel nostro Paese, l’Aicpr, nell’ultimo censimento eseguito, ha rilevato 221 strutture dedicate alla cardiologia riabilitativa, in media una ogni 270mila abitanti, distribuite però in modo disomogeneo sul territorio nazionale (più concentrate al Nord, meno al Centro e al Sud). E quasi la metà in mano al privato convenzionato. “In tutto il Lazio su 20mila pazienti ricoverati per infarto appena duemila accedono alla riabilitazione, è drammatico – commenta Gianfrancesco Mureddu, responsabile dell’unità di riabilitazione e prevenzione cardiovascolare all’ospedale San Giovanni di Roma e neo presidente dell’Associazione -. Al San Giovanni abbiamo sei posti letto dedicati e dobbiamo per forza selezionare i pazienti. Se non si fa riabilitazione la malattia si cronicizza con costi maggiori per il sistema sanitario. Un giorno di ricovero costa qualcosa come mille euro al giorno, esclusi gli interventi. La sostenibilità della sanità quindi passa anche dalla riabilitazione”. Lo stesso succede in Campania. “Dobbiamo discriminare i pazienti e dare priorità a chi è in lista per un trapianto al cuore o ha subìto un intervento di chirurgia valvolare o coronarica” dichiara Francesco Giallauria, medico di Medicina interna e riabilitazione cardiologica. Al Nord la situazione è a macchia di leopardo. Mauro Rinaldi, che dirige la Cardiologia delle Molinette di Torino, afferma: “Non abbiamo posti per la riabilitazione cardiologica. Solo i pazienti in attesa di trapianto oppure i più scompensati con possibilità di recupero più alta vengono indirizzati a una struttura riabilitativa esterna. I più anziani, con altre patologie in corso, vengono spostati in medicina interna dove però non fanno riabilitazione”. Tutti gli altri, anche se ne avrebbero diritto, vengono rispediti a casa. L’Istituto clinico scientifico Maugeri è tra quelli che tratta i casi provenienti dagli ospedali pubblici del capoluogo piemontese: “Ci arrivano 2500 richieste all’anno ma riusciamo ad accoglierne circa 700/800” ci fa sapere il responsabile del reparto di Cardiologia riabilitativa Franco Tarro Genta, che è anche referente di Aicpr per il Piemonte e la Valle d’Aosta.
(Da ilfattoquotidiano.it)

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